Il cimitero dei migranti

Maryan, somala di mesi 8, ha la fortuna di stare fianco a fianco ad Abshiro, anni 35, sua madre.
Mohammed invece, 6 mesi, è rimasto lì da solo, nell’angolino più in alto a sinistra. Poco più di cinquanta umili croci in legno grezzo piantate direttamente su altrettanti tumuli di terra. Questo è il cimitero dei migranti di Armo, frazione di Reggio Calabria. È stato creato nel terreno adiacente al camposanto comunale in località Gallina.

27 maggio 2016

Quasi tutti, che sia stato possibile identificarli o rimasti “sconosciuti”, sono arrivati qui ai primi di giugno, poco dopo il 27/05/2016. La data in cui si è ufficialmente concluso il loro viaggio su questa terra, in quello stesso mare ben visibile ai piedi della collina.

Novembre 2016 al cimitero dei migranti di Armo (Reggio Calabria)

Cimitero dei migranti ad Armo di reggio CalabriaOggi questo neonato “cimitero dei migranti” si apre a sempre più visitatori, accolti da don Alain Alen, africano pure lui, che in Italia – manco a dirlo… – fa anche lui un altro di quei lavori per i quali in loco c’è sempre più scarsità di personale: il pastore, ma di anime.

E sono stati proprio gli stessi parrocchiani di don Alain i primi a prendersi cura di queste umili ma ora almeno dignitose sepolture. L’evidenza… un po’ come per i pastori di Betlemme… che dietro questa profetica realizzazione non ci siano stati grandi ingegneri, architetti, intellettuali o altri letterati è tutta in quel “Qui’ giace…” affisso su ogni croce. Sì, scritto proprio così, con l’apostrofo usato come accento, a dispetto della celebre filastrocca che imparavamo alle elementari (“su qui, quo e qua, l’accento non va!!”).

Nella vita, ma anche dalla morte, non si finisce mai d’imparare…

Ma quanta bellezza e dignità umana c’è nell’attenzione che questa umile gente ha avuto nel concedere un po’ della loro terra per realizzare questo cimitero dei migranti… Lì dove non è proprio detto che ancora abbia un senso quello che scriveva Totò nella sua ‘A livella “ognuno l’ha da fa’ chesta crianza”. E in un “Paese” dove invece pare siamo fermi al Piave e al 24 maggio…

E, nella speranza di alleviare lo stridore del pianto soffocato dalle onde di una mamma e del suo bambino che nessun grande leader mondiale ha saputo salvare dal “Mare nostrum”, sarà stato magari sempre qualcuno di loro a mettere lì vicino una statuetta di ceramica. Un angioletto campagnolo che suona il violino. Come a restituire almeno un po’ più di musica a quella scena che toglie ogni voce… dell’uomo che raccoglie dal mare un minuscolo corpo senza vita.

Cimitero dei migranti di Armo frazione GallinaC’è invece qualche cartoncino con preghiere stampate e sassi con su scritto il nome di alcuni visitatori a “decorare” la croce di Mohammed, rimasto lì da solo con quei suoi soli 6 mesi anagrafici di vita. Troppo pochi… Ma più che sufficienti per insegnare a produttori e mercanti d’armi, economisti, politici e leader vari del mondo intero che probabilmente la strada imboccata da questa presunta “democrazia del mercato e dello sviluppo” è per ora senza uscita.

Un sassolino…

Un piccolo sasso è pure quel che ho preso io, ma dalla terra sotto cui si trova Mohammed. Ho deciso di tenerlo sempre con me. Ha casualmente proprio la stessa forma e le dimensioni del pugno della mano di mio figlio alla nascita. Proprio la prima cosa di lui che strinsi nelle mani appena mi fu possibile toccarlo la notte che venne al mondo. L’istinto di padre mi portò ad avvolgere proprio quei suoi minuscoli pugni ciascuno in una mano per dirgli: “Benvenuto, queste sono le mani che proveranno a prendersi cura di te”.

Grazie Mohammed, per avermi regalato un’altra volta quella sensazione che ora, te lo assicuro, porterò sempre con me.

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